Il passo del granchio

Per chi se lo fosse perso, sono impegnato da circa 4 mesi, cioè da quando sono tornato dal Guatemala, nello studio della programmazione informatica (linguaggio PHP, MySQL, CSS, Jquery, Ajax ecc..) e come ai tempi londinesi mi viene da riflettere sul mio ruolo in questo mondo, la funzione lavorativa nella vita, l’uso del mio tempo ecc..

E’ facile farsi tentare dal credere che la programmazione web possa avere un’utilità sociale, specialmente nei giorni in cui si blatera che la protesta libertaria dei paesi arabi sia nata su Facebook. Poi guardo alla mia vita e ricordo che NULLA di importante mi è arrivato tramite internet. Persino Couchsurfing mi era stato consigliato da un amico in carne ed ossa. Lo stesso vale il WWOOF e le esperienze epiche che portarono alla nascita di questo blog.

E’ facile farsi tentare e trovare pretesti per non partecipare alle riunioni delle associazioni, inventando scuse (buone solo per se stessi) sulla loro inutilità, inefficacia o disorganizzazione, mentre pian piano ci si allontana dal mondo impegnato per aderire un po’ di più al “sistema”, mentre cresce la sensazione di prostituzione: sacrificarsi, trasformarsi in una bambola piacente che non seduce con la prosperosità dei propri seni ma con un CV ricco e ben curato. Quando si analizza il fenomeno della prostituzione mediatica nella televisione italiana degli ultimi 30 anni (per intenderci: le vallette, la mercificazione del corpo della donna, il cui apice è Berlusconi e la sua cricca) quello che più risalta è l’interiorizzazione da parte di tante giovani ragazze delle logiche “maschiliste” dei capi e del pubblico. Tante ragazze oggi *desiderano* “spogliarsi” in televisione perchè lo considerano un momento di successo, un obbligo praticamente implicito, l’obbedienza ad una legge naturale come la legge di gravità. Come entrare in ascensore e dover premere “quel” pulsante per salire, nell’universo delle celebrità o nella soddisfazione del necessario bisogno dell’onnipresente lavorare.

Studio l’informatica, aumento le mie conoscenze tecniche non perchè lo consideri una fonte di crescita interiore, ma perchè spero che mi permetta di trovare un lavoro. E con coscienza so che per quanto possa perfezionare le mie abilità nella costruzione di applicazioni perfettissime non sto avanzando di un millimetro nella mia Vita, quella che si scrive con la V maiuscola, quella che è fatta di crescita e maturazione, dell’osservare il mondo con gli occhi di un bambino e trovare vie migliori nel segno del rispetto, della felicità e dell’amore.
Mi sto muovendo lungo una lunghissima linea orizzontale, uno spostamento neutro, come una forza che sposta il suo punto di applicazione perpendicolarmente alla direzione e così facendo non compie lavoro, insomma con la stessa sensazione con cui si afferma “la tecnologia non è nè un bene nè un male, è solo uno strumento”. E’ questo il passo del granchio.

Curiosamente guardo i miei ultimi 7 anni riflessi nel mio CV: le esplorazioni epiche di cui parlavo prima corrispondono a dei buchi, dei vuoti. Chiaramente nel CV non ci sono le traversate in autostop dal Veneto alla Turchia, il fango delle zappe elfiche, i materassi dei couchsurfers, le loro padelle calde ed unte mentre si parlava dei governi e della vita, i boschi della Bosnia, i cardi del Portogallo, i campi di colza della Danimarca, le guacamayas del Venezuela, i machetes del Chiapas e la guanabana della Colombia. Quando la mia vita avanzava il mio CV faceva un posto bianco. Ora invece che dedico le mie giornate ad arrays e funzioni esso diventa più ricco e succoso. Il passo del granchio.

L’unica cosa che mi dà ancora speranza è ricordare ogni giorno ciò per cui sto lavorando; il cammino che ho tracciato sulla mappa che come in tutte le storie che si rispettano conduce al tesoro: fare soldi, poi mandare tutto affanculo, comprare la terra e vivere in una comune agricola.

Published in: on 25 febbraio 2011 at 16:06  Comments (2)  
Tags: ,

brevissimi aggiornamenti

ciao a tutti e a tutte!

micro messaggio di aggiornamento per dire che:

1. questo blog non è morto, ho solo avuto altri impegni e difficoltà ad accedere ad internet

2. il progetto della comune va avanti: abbiamo fatto la seconda riunione e visto più o meno che tipo di posto vogliamo. abbiamo capito meglio chi sono le persone interessate.
ora siamo nella fase di ricerca del posto: stiamo girando in macchina, magari nei prossimi giorni anche in bici, stiamo battendo anche la pista del passaparola, e forse ricorreremo ad un’agenzia..

insomma il progetto va avanti..

Published in: on 21 gennaio 2008 at 13:19  Lascia un commento  
Tags: , ,

a pisa

ciao a tutti e a tutte!

sono stato un po’ fuori dal blog, da internet e dal computer in genere.. ero in viaggio e senza accesso alla rete..

sono arrivato due giorni fa a pisa, ho incontrato amici e parlato di un po’ di tutto..
stasera c’è finalmente la prima riunione per discutere della comune!!

si farà? non si farà? chi saremo? dove? con quali intenzioni, aspettative e volontà? quali esigenze, quali dubbi, come ci organizziamo?! tutto tutto inizia stasera..

Published in: on 14 gennaio 2008 at 16:29  Lascia un commento  
Tags: , ,

cenere e fiori

ovvero

Come il fallimento del sistema “capitalista” porta alla formazione di nuovi principi-guida

(un altro di quei post che può indurre sonnolenza)

voglio riassumere i principali princìpi a cui si dovrebbe ispirare il mondo degli ecovillaggi, delle comuni agricole e dei neorurali.
quello in crisi è il sistema capitalista, ma potremmo anche chiamarlo: cittadino, liberista, grigio, borghese, consumista, perbenista.
non sono in crisi i “ricchi”.. loro se la spassano. quelli che stanno male sono le persone e l’ambiente. insomma il sistema capitalista ha deluso le speranze dell’umanità e rappresenta una seria minaccia per la sopravvivenza del pianeta.
non mi va di parlare di crisi, tutti hanno qualcosa di cui lamentarsi. preferisco parlare di alternative. eccone le basi:

anarchia. ma se avete problemi con le parole possiamo chiamarla panarchia, o meglio assenza di un governo centrale così come lo conosciamo oggi (democrazia rappresentativa), autogestione, decentralizzazione.
nessun pensatore illuminista ha mai teorizzato la democrazia elettiva e questo sgorbio è un incidente di percorso sulla marcia umana verso la libertà.
i risultati si vedono: in italia sì è creata una casta lontana dalla vita quotidiana della gente. sanno che anche se perdono devono solo aspettare qualche anno per tornare al potere.
un altro difetto è che si votano le persone e non le proposte, quindi se non trovo un partito che mi rispecchia in campo economico, di diritti civili, ecc.. non sono realmente rappresentato. inoltre la lotteria avviene una volta ogni 5 anni, poi si delegano le decisioni e si torna a casa sperando che l’italia vinca i mondiali.
ancora peggiore è la situazione negli stati uniti, dove la gente può scegliere tra due partiti che differiscono nelle sfumature.

la guerra in iraq ha messo in evidenza come i governi possano procedere in azioni belliche (ricordiamo che la guerra è una delle cose più brutte che ci siano) anche contrariamente alla volontà di milioni di persone schierate contro, oltre che quel pezzetto di carta chiamato costituzione

il problema è che i cittadini non hanno la possibilità di autogoverno. troppo potere in troppe poche mani.
chi manderebbe i propri parenti in iraq, se potesse sceglierlo? chi farebbe la guerra se dovesse spendere per farla?

la soluzione è la democrazia diretta. consultazione referendaria su rari casi di interesse nazionale. per la normale amministrazione e la gestione dei servizi: assemblee di quartiere, di città, regionali. si può ammettere la delega, ma può essere ritirata in qualsiasi momento, e in ogni caso il rappresentante che va a parlare all’assemblea regionale deve sottostare al mandato e alle decisioni del comitato cittadino che l’ha nominato.

nel livello micro tutto ciò si traduce nell’assenza di cariche elettive o stabili. ogni comunità prende le decisioni per consenso, tutti partecipano all’assemblea alla pari e ognuno ha il diritto di veto e di espressione.

come si vede l’anarchia non è caos o assenza di regole, anzi è fortissima organizzazione. solo che anzichè delegare, ogni cittadino prende parte alle decisioni (panarchia).

autoproduzione, autoconsumo. ciò ha essenzialmente tre ragioni. il primo è legato alla possibilità di controllare la qualità del cibo, possibilmente biologico. chi, dovendo mangiare il proprio cibo, lo appesterà con prodotti chimici e OGM? quello lo fanno ora le grandi aziende, incuranti della salute della gente. quello che conta nel sistema capitalista è il mio profitto, il resto sono esternalità.

la seconda ragione è la limitazione degli spostamenti della merce. limitare i trasporti e gli sprechi di carburante. non certo per spirito ascetico, bensì per necessità. i combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma il fantastico sistema capitalista fa giungere le mele dalla nuova zelanda, i jeans dalla cina e le auto dal giappone perchè tanto c’è qualcuno che se le compra. è vero, costano meno, ma non è detto che i lavoratori siano felici lì. e di certo non lo sono qui da noi quando perdono il posto.

la terza ragione, già accennata, è il cercare di favorire i piccoli produttori, la piccole aziende e artigiani.
consumare locale serve a tenere “in casa” i capitali, affidandoli ai piccoli contadini, alle aziende locali piuttosto che alle multinazionali dai profitti miliardari i cui tre hobbies principali sono 1. fottere i consumatori col marketing 2. fottere i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali 3. lucrarci nel mezzo

l’autoproduzione assoluta (v. autarchia) è probabilmente impossibile da raggiungere. ma è comunque una meta verso cui dobbiamo tendere, rispetto allo stato attuale dei flussi di merce.
ogni oggetto bisogna cercare di comprarlo dal posto più vicino, e solo quando non lo si trova, ricorrere altrove.
per quanto riguarda il cibo non possiamo pensare di consumare frutta fuori stagione o tropicale.

vita rurale. evitare le città ed il loro impatto ecologico ed economico.
la città succhia una quantità enorme di energia: tutti i manufatti e le merci devono esservi trasportate e provengono da lontano. la città non è autosufficiente in campo alimentare, non può fare compostaggio, deve portare altrove i suoi rifiuti.
inoltre è lo stile di vita cittadino intrinsecamente inquinante: è fatto di negozi, di supermercati, di packaging, imballaggi, confezioni usa e getta, trasporti che ogni giorno bruciano tonnellate di una risorsa non rinnovabile come il petrolio.

quando uno vive in campagna tutto ciò non accade. in campagna: fai orari diversi e non ci sono luci accese tutta la notte (corrente elettrica); non ci sono ascensori, metropolitane, automobili o autobus; i contenitori vengono riutilizzati e non si buttano quasi mai; la maggior parte delle cose di cui hai bisogno viene da vicino (cibo); gli scarti sono essenzialmente di natura biologica e puoi compostarli in giardino. in campagna è più facile consumare meno.

c’è anche da dire che la vita cittadina è indissolubilmente legata alla circolazione di denaro e al commercio. e ovunque c’è lavoro salariato e commercio c’è anche concentrazione progressiva di capitale (oltre che squilibri sociali dati dalla legge del profitto)

convivialità. coltivare i rapporti umani, la vita comunitaria. è la base della società, il fatto che le persone si parlino tra di loro. convivialità è questo al cubo.
la vita moderna è improntata all’atomismo, alla disgregazione del tessuto sociale, alle villette a schiera da sogno stile suburbo americano, tutte uguali, tutte col garagino, la macchinina, il giardinino e la staccionata bianca da dipingere la domenica, poi ti chiudi in casa e non sai neanche chi abita accanto, o qual era il suo sogno da bambino.
individualismo, il Proprio curriculum, la Propria carriera, i Propri acquisti.. io-da-solo-nel-mondo.

e invece in una comunità si può trovare gioia, divertimento, conforto, affetto.. cose preziosissime e sempre più rare.

ci sono due modi di divertirsi: la pleistescion e Serge che suona la fisarmonica; due modi di passare il tempo: fare una passeggiata con un’amica o guardare la tv; altri due modi di passare il tempo: fare l’amore o dare denaro in cambio di cose che non è che ne avevamo proprio bisogno ma le mettono anche gli altri (=fare shopping); due modi di consolarsi: affogare tutto nella nutella o farsi abbracciare.
non è nelle cose che costano che troviamo la nostra felicità, anzi, molto spesso è proprio il sistema consumista che ci ha offerto una risposta posticcia per bisogni umani che eravamo già in grado di soddisfare in maniera molto più genuina.

libertà, dei costumi, degli stili di vita.
il perbenismo borghese impone i suoi valori e guarda male chi non vi si omologa. il lavoro, il profitto, la carriera, il successo, il denaro, la famiglia, i consumi.. sono i feticci dei nostri tempi.

libertà è quando ognuno si sente a proprio agio e viene accettato così com’è.
non più emarginazione, ma piena dignità per: chi è omosessuale, chi ha i capelli ingarbugliati, chi non si veste bene, chi vuole vivere da solo, chi fa scelte etiche a tavola, chi la pensa in qualsiasi maniera, chi non ci sta tanto bene con la testa, chi vuole solo viaggiare, chi va a letto e non sta insieme, chi prende le droghe, chi non usa le scarpe, chi ama la natura e le parla, chi esplora, chi sperimenta, eccetera eccetera..

lavoro: non-divisione tra lavoratori manuali e intellettuali, rotazione delle mansioni, non più il feticcio della carriera.
anche gandhi sosteneva che ad ogni essere umano spetta di dedicarsi sia al lavoro manuale sia a quello intellettuale. non possiamo avere operai e contadini ignoranti e intellettuali che lavorano solo col pensiero e con la parola atrofizzando i muscoli del corpo. è una necessità fisica oltre che sociale.

la rotazione è importante per non creare gerarchie di persone indispensabili e persone di serie B.

non dipendenza dal resto del mondo. contrario alla specializzazione del lavoro. i saperi tradizionali artigianali sono da recuperare e ognuno dovrebbe padroneggiarli.
non dipendere da una determinata tecnologia, da un certo prodotto che fanno altri, imparare la falegnameria, la carpenteria, tecniche di muratura, agricoltura, panificazione, rimedi naturali..

quante più tecniche si padroneggiano tanto meno si è schiavi dello scambio con l’esterno e tanto meglio si riesce ad auto-rispondere ai bisogni della propria comunità.

non intendo limitare i contatti con l’esterno (che palle!) bensì eliminare la schiavitù della necessità. non aver bisogno di un tecnico esterno significa anche non aver bisogno di denaro per pagarlo, cioè uscire un po’ più da una delle peggiori invenzioni dell’umanità.
gli scambi non monetari e le offerte di aiuti tra le comunità sono tutt’altra cosa e non vanno evitate, anzi sono ottime per incrementare la forza della rete.

partecipazione vs ortodossia. affidare l’interpretazione a pochi “tecnici” (politici, studiosi..) è pericoloso. si tratta di fatti sociali e l’analisi è sempre di parte. gli interessi in gioco influenzano l’oggettività dell’interpretazione -direi- almeno su tre livelli: storture involontarie in buona fede, corruzione volontaria, imposizione coatta delle scelte.

i casi degli inceneritori, treni ad alta velocità, discariche, centrali nucleari, partecipazione a guerre, fino ad arrivare agli scontri nell’arena politico-televisiva e alle sviste dei sociologi sono tutti esempi di quanto sia problematico prendere decisioni “in nome della scienza”.

meglio procedere per via partecipativa, cioè tramite incontri delle parti sociali interessate. (mai sentito parlare di post-normal science?)
da notare anche che l’utilizzo del metodo partecipativo favorisce l’applicazione delle decisioni. mi sembra molto sensato che la gente finisca per mettere in pratica quello che ha potuto decidere.

la realtà è intrinsecamente plurale: non sempre è necessario o possibile stabilire l’unica verità scientifica-assoluta. spesso è meglio accettare la pluralità dei punti di vista.

decrescita vs crescita. è l’unica vera soluzione ai problemi ambientali.
dobbiamo smettere di illuderci che la nostra qualità della vita sia accresciuta dalla quantità di oggetti di cui disponiamo: cambiare l’auto ogni quattro anni, avere cellulari strafighi, tv al plasma, il computer da cui stai leggendo, fare un weekend a londra, una settimana in brasile sono tra le attività più costose in termini ecologici che esistono, ma non migliorano di molto la qualità della nostra vita. in più, poichè compromettono la salute del pianeta, rischiano di farci stare ancora peggio tra 10 20 o 30 anni..

viceversa, un vero incremento della qualità della vita è dato: non dalla produzione industriale, bensì dalla presenza dei servizi sociali; non dal possesso di beni materiali, ma dalla vicinanza umana e dai momenti felici; e così via..

la decrescita non sono gli ambientalisti a chiederla, ma il pianeta! amo ripetere che la differenza tra gli ambientalisti e i “consumisti” è che i primi hanno gli occhi più o meno aperti e gli altri no, ma stanno entrambi andando a sbattere contro lo stesso muro. i primi cercano di avvisare il resto e tirare il freno, i secondi non gli credono: pensano siano fanatici, eppure il muro è lì ad aspettarli. e tra non molto ce ne renderemo tutti conto, la natura presenterà la bolletta.

lo sciopero dei trasportatori avrebbe dovuto essere interpretato come l’errore commesso dall’umanità di aver scelto di dipendere dal petrolio (in esaurimento) per far funzionare i trasporti. ridurre le accise è una pezza temporanea; trasportare di meno è più efficace.
il petrolio a 100dollari al barile è un altro indicatore del trend, e dovrebbe farci capire cosa ci aspetta se non limitiamo i consumi. il sistema di auto a idrogeno, e produzione di idrogeno con solare ed eolico è senz’altro meglio della tecnologia attuale, ma non fa i conti con l’esaurimento delle risorse naturali che comunque ci vogliono per produrre auto ad idrogeno, pannelli e eliche.
anche la crisi dei rifiuti a napoli può essere tamponata con l’apertura di nuove discariche, la raccolta differenziata, o l’utilizzo di inceneritori (burlescamente chiamati termovalorizzatori) ma ciò non risolve realmente il problema. oltretutto gli inceneritori provocano un’aumento del tasso di tumori nei chilometri circostanti. così, per poter comprare più cose superflue finiamo per beccarci anche i tumori.

non possiamo pensare di lasciare intatto il corrente sistema consumistico: produce cose superflue e mina le basi della sua stessa sopravvivenza. dice chomsky che il capitalismo insegue il profitto di domani. se guardasse anche al profitto di dopodomani dovrebbe rivedere radicalmente le proprie scelte.
non sono contro il progresso, anzi, voglio salvare l’economia: ricordiamo che l’economia esiste finchè esiste l’uomo, e l’umanità si poggia sulla natura. se l’economia fotte la natura.. non esiste più l’economia!

voluttà edonistica. no stress, vita a misura d’uomo. gioia di vivere.

è connotativamente infelice parlare di stile di vita sobrio. nonostante gesualdi usi questa parola e lo fa correttamente, tuttavia la gente immagina che vivere in campagna sia una rinuncia. crede che noi vogliamo il medio evo, la miseria. lo stesso dicasi per la parola decrescita. invece vivere in campagna è bello, è sano ed è meglio!

è la vita moderna che produce stress, la gente poi si ammala, le allergie dilagano, aumentano l’ansia, l’asma..
la vita di città è fatta di brutture: asfalto, cemento, traffico.. gente che corre qua e là, sconosciuti incazzati, indifferenza, emarginazione, problemi sociali..
la città è brutta anche nei rumori: traffico, motori a scoppio, clacson, suoni metallici.. e poi la puzza!

chi vuole davvero bene a se stesso sceglie la campagna! sceglie di soddisfare i propri bisogni in maniera semplice, e poi godersi il tempo libero! sceglie di rilassarsi, e avere poco. sceglie che godere dell’impagabile dono che la natura ci fa dei profumi quotidiani vale di più di un telefonino.
sceglie che alzarsi la mattina e vedere i boschi è più vitale che vedere blocchi di grigio cemento armato.
sceglie che scorgere un giorno un fiorellino lungo il sentiero vale la pena di non avere l’auto.

ci sono piaceri che non si possono paragonare, e due settimane fa ho scelto di aprire questo blog anche per raccontarli.
essere chiusi in una cucina, ma nonostante questo sentire, o immaginare, che lì fuori c’è un orto che respira, migliaia di minuscoli insettini che saltellano tra l’erbetta, e nel bosco, pensare che qualcosa marcisce ma si trasforma in altro, che qualcuno muore ma viene mangiato da qualcos’altro, e tutta la vita gorgoglia trasformandosi in colori, piante, insetti, profumi, cortecce, alberi, ombra, clorofilla, uccelli che cinguettano, frutti dolcissimi, polline, api, bambini, persone, musica..

allora? già fatte le valigie?

un fiume in piena

Attenzione!: il post che segue è un po’ teorico (si parla di idee). Può indurre sonnolenza. Se ne sconsiglia la lettura prima di mettersi alla guida.

post scriptum: quasi quasi consiglio di non leggerlo. quello che conta davvero è lo squarcio del velo (v. fine), non le chiacchiere..

*

quanto mi piace alessandro perchè mi stimola sempre il ragionamento. già nel mio blog, ben due anni fa, si parlò di comune agricola ed era lui a punzecchiare la riflessione.

Ale scrive:
non puoi pensare di aver trovato Il Sistema per un mondo vivibile e sostenibile
un errore in cui molti cadono è supporre che le proprie siano le migliori, quelle ‘giuste‘”

pensiamo al punto primo. non so se il modello rurale degli ecovillaggi che fanno autoproduzione è Il Sistema. non so se è esente da difetti. non so se può risolvere tutti i problemi dell’umanità.
so per certo che ne risolverebbe molti. se ne esistano di insoluti mi piacerebbe saperlo, ma anche scoprendone non mi piacerebbe rinunciare perchè, come ho già detto, lo reputo 10mila volte migliore di quello grigio-borghese-consumistico attuale. quindi è lecito desiderare di progredire per il solo fatto che il gradino successivo è un po’ più in alto. anche constatato che il gradino successivo non è la meta, la perfezione, è comunque meglio andare lì.

importante è anche dire che “l’altro sistema” non esiste ancora, neanche nel mondo delle idee. ci sono delle idee chiave (natura, autoproduzione, convivialità, decisioni per consenso, decentralizzazione e cooperazione, sobrietà, ecc..) ma non tutti gli aspetti sono stati regolati.
dice chomsky che si impara la realtà nel momento in cui si cerca di modificarla.
come si transita? come si “federa”? (federazione) ma soprattutto si “federa”? come si trasporta? come si accumula energia? con quali tecnologie? ma soprattutto con quali premesse? l’accoglienza? la gestione delle crisi?
sono tutte questioni non immediate che non sono state ancora sviscerate (da me). e il ridicolo della frase appena scritta (come a dire: chi cazzo sono io?!) pone in risalto un altro modo di ragionare: questi cambiamenti, se si faranno, saranno soprattutto collettivi e dipenderanno da ciascun gruppo, dai singoli tutti diversi che popoleranno ciascun gruppo, dalle circostanze, dalle volontà e dalle possibilità.
in parole spicciolissime: non essendoci una “commissione del dogma” ed essendo tutti i villaggi indipendenti prenderebbero 8mila percorsi diversi. chi avrebbe gli animali e chi no. chi deciderebbe per consenso e chi seguirebbe i suoi guru. chi farebbe marketing su internet per i propri prodotti e chi bandirebbe il denaro al proprio interno..
questi sono i prolissi dibattiti che si possono sviluppare sul blog di un aspirante neorurale, ma ad esempio nella realtà tutti questi discorsi varrebbero poco: se parte la comune a pisa bisogna trovare un accordo tra tutte le 5-6-12 teste che partecipano. e alcune opzioni potrebbero essere fuori della nostra portata, ad esempio l’autosufficienza, o potremmo non desiderarla neanche (mai), o non per ora.

i discorsi e le idee se ne possono fare a tonnellate ma:
1. si rischia sempre di fraintendersi (ho detto autosufficienza, ma da raggiungere immediatamente o dopo? ma la vogliamo? ma soprattutto in che grado? non vogliamo le mele neozelandesi o i mandarini spagnoli che maturano con ben 2 settimane di anticipo.. viva il consumo locale. ma possiamo aprirci la nostra piccola acciaieria per farci le zappe?)
2. la torta si fa con gli ingredienti che si hanno. le idee vivono nella testa di uno, ma nelle altre teste ci sono altri mondi e la base della convivenza non è la supremazia delle idee, l’adesione incondizionata ad un principio (es. non-proprietà privata) bensì fare cose che vanno bene a tutti e 5, 6 o 12..
si parte da posizioni molto diverse e la vittoria-per-ora è fare qualcosa insieme. la guida possono essere le idee-cardine, ma bisogna sempre vedere se stanno bene a tutti. se a qualcuno non vanno bene è più importante la persona. perchè senza il gruppo non si fa niente.

cosa c’entra sto discorso? per dire che posso anche avere in testa un certo modello, ma a che serve se non trovo nessuno che lo condivide? o se la realtà esterna non ce lo permette?
meglio affrontare le questioni concrete con predisposizione amicale.

e ora veniamo al secondo punto (“un errore in cui molti cadono è supporre che le proprie siano le migliori, quelle ‘giuste‘”)

come faremmo ad andare avanti se pensassimo che le nostre idee sono sbagliate? chiaro che le riteniamo Valide. tutta l’arte (ancora da imparare) sta nel capire come rapportarsi agli altri e alle idee degli altri!

sì, sono Valide. è chiaro che il consumismo inquina. è evidente che viviamo nel superfluo, che si producono beni sovrabbondanti e che poi serve un’accurata operazione di marketing per propinarceli. sono vocaboli noti: sovrapproduzione, bisogni indotti, cittadini trasformati in esofagi (zanotelli)
concepire qualcosa di diverso da tutto ciò è Sensato. se la gente è stressata, disoccupata, instupidita, disinformata, ha ansie ed allergie, cercare un’alternativa migliore è Doveroso, più che Giusto.
ribalta i Difetti, ribalta certi Valori, ed arrivi ad Intuire un certo modello alternativo (v. post del 27/12, pace con la civiltà)

capito perchè reputo il modello alternativo “giusto”? perchè viene da un processo di analisi del presente e invenzione di un’alternativa. ma quello che faccio è, appunto, Reputare.

la frase di ale è giustificata da un’altro percorso: quando si crede che qlc sia Giusto scatta il fascismo delle idee. il cercare di imporre. e allora ci siamo inventati il relativismo delle idee.

ognuno ha idee diverse, per la percezione differente, per il vissuto personale, per l’educazione familare, ecc.. e questo è *un* tipo di relativismo.
in base a questo io posso Amare o meno la vita rurale. ma la presenza dei problemi ecologici non è relativa in questo senso! tutti gli ambientalisti chiudano la bocca, ma arriverà un giorno in cui davvero *anche gli altri* si troveranno senza petrolio! o in un mare di rifiuti.
questo non è relativo, è oggettivo. ci sono dati. se stai per schiantarti contro un muro e chiudi gli occhi il muro c’è lo stesso, anche se non lo vedi.

sono consapevolezze di questa natura che ci portano ad autoincoronarci di Giusto. sbagliamo? no: fino ad ora abbiamo detto che sappiamo certi problemi.

è l’alternativa che è opinabile. opinabile in potenza ed anche di fatto, per la storia degli ingredienti e della torta.

soprattutto: i pericoli dell’imposizione dell’idea sono neutralizzati dal metodo. l’umanità non ha da temere l’imposizione della zappa. non è nei nostri schemi e tra l’altro non si potrebbe neanche fare.
guardiamo la realtà: non contiamo un cazzo. su 60milioni di italiani gli abitanti di ecovillaggi, comuni e simili saranno qualche centinaio. vivono per lo più nella povertà, a malapena c’è un giornaletto mensile. i media sono altrove, al tg1 vengono propagandati i valori opposti, ecc..

c’era una frase, che avevo letto su qualche libro che faceva più o meno così: “il modo più efficace di diffondere il cambiamento è la nostra qualità della vita”
le leggi del profitto hanno reso le città invivibili. parallelamente ci sono decine e decine di persone che hanno iniziato a vivere diversamente. non hanno bisogno di farsi pubblicità, o indottrinare le masse, o prendere il potere e fare la rivoluzione. la loro stessa presenza è la forma migliore di pubblicità.
mi sembra anche la maniera più nonviolenta di fare una rivoluzione: non imporre niente.
le voci si diffondono, sempre più persone iniziano a sapere che le alternative ci sono. quando la loro disperazione e disgusto è tale da renderli disponibili a provarci ecco che formano un villaggio volontariamente. è il sistema che collassa su se stesso e porta i suoi abitanti alla fuga, non noi che imponiamo qualcosa.

chi è entusiasta del sistema, che ci rimanga dentro!
chi vede che è sbagliato ha già iniziato a costruire l’alternativa. chi vuole può venire!

e a questo punto scattano frasi “vuoi richiuderti nel tuo mondo”, “fai il mondo perfetto ma poi ti dimentichi del resto”, ecc..

e questo urlo (“egoista!“) spesso non è che proviene da persone che proprio si stanno facendo il culo per cercare di cambiare le cose. non sempre c’è dietro una reale preoccupazione, è più un modo per contraddire, per smontare l’operato.
non smonta un bel niente, perchè ognuno deve contribuire, se vuole, le modo che gli è più congeniale. c’è che fa libri su libri, chi fa conferenze, chi fa un partito, chi fa comitati su temi specifici, chi organizza cose sociali in città.. ogni azione è degna, e anche quella dei pionieri che sperimentano la vita collettiva, rurale e decentralizzata ha un suo perchè.

ma anche il punto “rapporto con la città” va pensato. e per città si intende il mondo di fuori, sia quello che non vuole cambiare, sia quello inconsapevole, la massa indottrinata ai valori della carriera, del lavoro, del benessere materiale, del consumismo, ecc..
questa gente c’è e continuerà ad esserci, e non mi piacerebbe abbandonare le città al loro destino di fumi tossici e shopping frenetico.
è per questo che serve network, lavoro di rete tra gruppi in città e rurali. volantinaggi, informazione, chiacchiere, organizzare servizi, ecc.. sono tutte cose che bisogna continuare a fare perchè non ci si può aspettare che tutto il mondo “si converta ad ecovillaggi”. è una prospettiva inverosimile e forse neanche desiderabile.

anche per questo vorrei la nascitura comune pisana non troppo lontana dalla città.
gli elfi sono isolati nelle montagne. nessuno è chiamato ad essere eroe, a loro sta bene così. io vorrei qualcosa in più.

la gente in sè non è cattiva. il fatto è che ci sono poteri più forti che coprono la realtà con altre apparenze. i bimbi nascono in quese apparenze, valori, costumi e credono siano assoluti, anche quando crescono.
il bello è che questo velo è sottilissimo e non è tanto difficile squarciarlo. e quando lo si riesce a fare l’autoevidenza vien fuori come un fiume in piena..

quanto costa l’utopia?

Ciao a tutti e a tutte!

ora che anche stefi e marco ci stanno pensando, la comune si impone al libero fantasticare e lo chiama a farsi dipingere.
l’immaginazione crea, sia con le tinte del sogno che con quelli della paranoia.

preoccupazioni. quanti soldi ci vogliono, se troviamo il posto, se piace a tutti, se quelli che fino ad ora si sono dichiarati d’accordo ci saranno o si tireranno indietro. io come faccio a trovare i soldi. tornare a lavorare, trovare un posto dove stare.
sperare che gli altri ci credano e non si faccia avanti l’onnipresente disfattismo, i timori.
i litigi per la cucina, vegetariana, vegana, carnivora, come dividere le spese, andare più o meno in città, trovare un posto bello, abbastanza grande.
litigare sul telefono, sul computer..
fare un contratto oneroso, non trovare un padrone che accetti perchè ha paura. avere problemi con le autorità.
litigare, incagliare il nostro percorso negli spigoli dei nostri difetti.
annoiarsi del progetto e aver voglia di non averlo mai fatto.

volare alto. fare un giornale, che raccoglie i pezzi del movimento, i singoli in cerca di simili. anima la discussione, le lettere alla redazione, le risposte e il conforto, le idee.. una nuova cultura che si diffonde, con i suoi nuovi valori..
tutti amici, svegliarsi la mattina e -ancora nel letto- sentire l’abbraccio degli altri che stanno giù a fare colazione.
gli ospiti, le feste, i momenti lieti insieme, la musica, le cene..
fare volantinaggio, autoproduzioni, come una volta. non per nostalgia, ma perchè quel movimento era giusto e non si deve fermare.
riprendere la banca del tempo e trasformarla dandole nuova vita.
risvegliare le coscienze, annebbiate dal consumismo e dalla stupidità.
tornare a casa a sera e depositare gli stivali sporchi di fango, sorridendo.
affacciarsi alla finestra e vedere il campo, grande e verde, i cavoli, i pomodori, le insalate..
provare a capire se davvero l’agricoltura è bella, preparare il terreno, adagiare il seme e aspettare.. ogni giorno andare a guardare tutto che cresce.. davanti alle piantine ricordarsi del momento in cui le si è seminate e ringraziare questa terra di quanto è bello sto miracolo!

Published in: on 4 gennaio 2008 at 01:14  Lascia un commento  
Tags: , , , ,
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: