ovvero
Come il fallimento del sistema “capitalista” porta alla formazione di nuovi principi-guida
(un altro di quei post che può indurre sonnolenza)
voglio riassumere i principali princìpi a cui si dovrebbe ispirare il mondo degli ecovillaggi, delle comuni agricole e dei neorurali.
quello in crisi è il sistema capitalista, ma potremmo anche chiamarlo: cittadino, liberista, grigio, borghese, consumista, perbenista.
non sono in crisi i “ricchi”.. loro se la spassano. quelli che stanno male sono le persone e l’ambiente. insomma il sistema capitalista ha deluso le speranze dell’umanità e rappresenta una seria minaccia per la sopravvivenza del pianeta.
non mi va di parlare di crisi, tutti hanno qualcosa di cui lamentarsi. preferisco parlare di alternative. eccone le basi:
anarchia. ma se avete problemi con le parole possiamo chiamarla panarchia, o meglio assenza di un governo centrale così come lo conosciamo oggi (democrazia rappresentativa), autogestione, decentralizzazione.
nessun pensatore illuminista ha mai teorizzato la democrazia elettiva e questo sgorbio è un incidente di percorso sulla marcia umana verso la libertà.
i risultati si vedono: in italia sì è creata una casta lontana dalla vita quotidiana della gente. sanno che anche se perdono devono solo aspettare qualche anno per tornare al potere.
un altro difetto è che si votano le persone e non le proposte, quindi se non trovo un partito che mi rispecchia in campo economico, di diritti civili, ecc.. non sono realmente rappresentato. inoltre la lotteria avviene una volta ogni 5 anni, poi si delegano le decisioni e si torna a casa sperando che l’italia vinca i mondiali.
ancora peggiore è la situazione negli stati uniti, dove la gente può scegliere tra due partiti che differiscono nelle sfumature.
la guerra in iraq ha messo in evidenza come i governi possano procedere in azioni belliche (ricordiamo che la guerra è una delle cose più brutte che ci siano) anche contrariamente alla volontà di milioni di persone schierate contro, oltre che quel pezzetto di carta chiamato costituzione
il problema è che i cittadini non hanno la possibilità di autogoverno. troppo potere in troppe poche mani.
chi manderebbe i propri parenti in iraq, se potesse sceglierlo? chi farebbe la guerra se dovesse spendere per farla?
la soluzione è la democrazia diretta. consultazione referendaria su rari casi di interesse nazionale. per la normale amministrazione e la gestione dei servizi: assemblee di quartiere, di città, regionali. si può ammettere la delega, ma può essere ritirata in qualsiasi momento, e in ogni caso il rappresentante che va a parlare all’assemblea regionale deve sottostare al mandato e alle decisioni del comitato cittadino che l’ha nominato.
nel livello micro tutto ciò si traduce nell’assenza di cariche elettive o stabili. ogni comunità prende le decisioni per consenso, tutti partecipano all’assemblea alla pari e ognuno ha il diritto di veto e di espressione.
come si vede l’anarchia non è caos o assenza di regole, anzi è fortissima organizzazione. solo che anzichè delegare, ogni cittadino prende parte alle decisioni (panarchia).
autoproduzione, autoconsumo. ciò ha essenzialmente tre ragioni. il primo è legato alla possibilità di controllare la qualità del cibo, possibilmente biologico. chi, dovendo mangiare il proprio cibo, lo appesterà con prodotti chimici e OGM? quello lo fanno ora le grandi aziende, incuranti della salute della gente. quello che conta nel sistema capitalista è il mio profitto, il resto sono esternalità.
la seconda ragione è la limitazione degli spostamenti della merce. limitare i trasporti e gli sprechi di carburante. non certo per spirito ascetico, bensì per necessità. i combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma il fantastico sistema capitalista fa giungere le mele dalla nuova zelanda, i jeans dalla cina e le auto dal giappone perchè tanto c’è qualcuno che se le compra. è vero, costano meno, ma non è detto che i lavoratori siano felici lì. e di certo non lo sono qui da noi quando perdono il posto.
la terza ragione, già accennata, è il cercare di favorire i piccoli produttori, la piccole aziende e artigiani.
consumare locale serve a tenere “in casa” i capitali, affidandoli ai piccoli contadini, alle aziende locali piuttosto che alle multinazionali dai profitti miliardari i cui tre hobbies principali sono 1. fottere i consumatori col marketing 2. fottere i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali 3. lucrarci nel mezzo
l’autoproduzione assoluta (v. autarchia) è probabilmente impossibile da raggiungere. ma è comunque una meta verso cui dobbiamo tendere, rispetto allo stato attuale dei flussi di merce.
ogni oggetto bisogna cercare di comprarlo dal posto più vicino, e solo quando non lo si trova, ricorrere altrove.
per quanto riguarda il cibo non possiamo pensare di consumare frutta fuori stagione o tropicale.
vita rurale. evitare le città ed il loro impatto ecologico ed economico.
la città succhia una quantità enorme di energia: tutti i manufatti e le merci devono esservi trasportate e provengono da lontano. la città non è autosufficiente in campo alimentare, non può fare compostaggio, deve portare altrove i suoi rifiuti.
inoltre è lo stile di vita cittadino intrinsecamente inquinante: è fatto di negozi, di supermercati, di packaging, imballaggi, confezioni usa e getta, trasporti che ogni giorno bruciano tonnellate di una risorsa non rinnovabile come il petrolio.
quando uno vive in campagna tutto ciò non accade. in campagna: fai orari diversi e non ci sono luci accese tutta la notte (corrente elettrica); non ci sono ascensori, metropolitane, automobili o autobus; i contenitori vengono riutilizzati e non si buttano quasi mai; la maggior parte delle cose di cui hai bisogno viene da vicino (cibo); gli scarti sono essenzialmente di natura biologica e puoi compostarli in giardino. in campagna è più facile consumare meno.
c’è anche da dire che la vita cittadina è indissolubilmente legata alla circolazione di denaro e al commercio. e ovunque c’è lavoro salariato e commercio c’è anche concentrazione progressiva di capitale (oltre che squilibri sociali dati dalla legge del profitto)
convivialità. coltivare i rapporti umani, la vita comunitaria. è la base della società, il fatto che le persone si parlino tra di loro. convivialità è questo al cubo.
la vita moderna è improntata all’atomismo, alla disgregazione del tessuto sociale, alle villette a schiera da sogno stile suburbo americano, tutte uguali, tutte col garagino, la macchinina, il giardinino e la staccionata bianca da dipingere la domenica, poi ti chiudi in casa e non sai neanche chi abita accanto, o qual era il suo sogno da bambino.
individualismo, il Proprio curriculum, la Propria carriera, i Propri acquisti.. io-da-solo-nel-mondo.
e invece in una comunità si può trovare gioia, divertimento, conforto, affetto.. cose preziosissime e sempre più rare.
ci sono due modi di divertirsi: la pleistescion e Serge che suona la fisarmonica; due modi di passare il tempo: fare una passeggiata con un’amica o guardare la tv; altri due modi di passare il tempo: fare l’amore o dare denaro in cambio di cose che non è che ne avevamo proprio bisogno ma le mettono anche gli altri (=fare shopping); due modi di consolarsi: affogare tutto nella nutella o farsi abbracciare.
non è nelle cose che costano che troviamo la nostra felicità, anzi, molto spesso è proprio il sistema consumista che ci ha offerto una risposta posticcia per bisogni umani che eravamo già in grado di soddisfare in maniera molto più genuina.
libertà, dei costumi, degli stili di vita.
il perbenismo borghese impone i suoi valori e guarda male chi non vi si omologa. il lavoro, il profitto, la carriera, il successo, il denaro, la famiglia, i consumi.. sono i feticci dei nostri tempi.
libertà è quando ognuno si sente a proprio agio e viene accettato così com’è.
non più emarginazione, ma piena dignità per: chi è omosessuale, chi ha i capelli ingarbugliati, chi non si veste bene, chi vuole vivere da solo, chi fa scelte etiche a tavola, chi la pensa in qualsiasi maniera, chi non ci sta tanto bene con la testa, chi vuole solo viaggiare, chi va a letto e non sta insieme, chi prende le droghe, chi non usa le scarpe, chi ama la natura e le parla, chi esplora, chi sperimenta, eccetera eccetera..
lavoro: non-divisione tra lavoratori manuali e intellettuali, rotazione delle mansioni, non più il feticcio della carriera.
anche gandhi sosteneva che ad ogni essere umano spetta di dedicarsi sia al lavoro manuale sia a quello intellettuale. non possiamo avere operai e contadini ignoranti e intellettuali che lavorano solo col pensiero e con la parola atrofizzando i muscoli del corpo. è una necessità fisica oltre che sociale.
la rotazione è importante per non creare gerarchie di persone indispensabili e persone di serie B.
non dipendenza dal resto del mondo. contrario alla specializzazione del lavoro. i saperi tradizionali artigianali sono da recuperare e ognuno dovrebbe padroneggiarli.
non dipendere da una determinata tecnologia, da un certo prodotto che fanno altri, imparare la falegnameria, la carpenteria, tecniche di muratura, agricoltura, panificazione, rimedi naturali..
quante più tecniche si padroneggiano tanto meno si è schiavi dello scambio con l’esterno e tanto meglio si riesce ad auto-rispondere ai bisogni della propria comunità.
non intendo limitare i contatti con l’esterno (che palle!) bensì eliminare la schiavitù della necessità. non aver bisogno di un tecnico esterno significa anche non aver bisogno di denaro per pagarlo, cioè uscire un po’ più da una delle peggiori invenzioni dell’umanità.
gli scambi non monetari e le offerte di aiuti tra le comunità sono tutt’altra cosa e non vanno evitate, anzi sono ottime per incrementare la forza della rete.
partecipazione vs ortodossia. affidare l’interpretazione a pochi “tecnici” (politici, studiosi..) è pericoloso. si tratta di fatti sociali e l’analisi è sempre di parte. gli interessi in gioco influenzano l’oggettività dell’interpretazione -direi- almeno su tre livelli: storture involontarie in buona fede, corruzione volontaria, imposizione coatta delle scelte.
i casi degli inceneritori, treni ad alta velocità, discariche, centrali nucleari, partecipazione a guerre, fino ad arrivare agli scontri nell’arena politico-televisiva e alle sviste dei sociologi sono tutti esempi di quanto sia problematico prendere decisioni “in nome della scienza”.
meglio procedere per via partecipativa, cioè tramite incontri delle parti sociali interessate. (mai sentito parlare di post-normal science?)
da notare anche che l’utilizzo del metodo partecipativo favorisce l’applicazione delle decisioni. mi sembra molto sensato che la gente finisca per mettere in pratica quello che ha potuto decidere.
la realtà è intrinsecamente plurale: non sempre è necessario o possibile stabilire l’unica verità scientifica-assoluta. spesso è meglio accettare la pluralità dei punti di vista.
decrescita vs crescita. è l’unica vera soluzione ai problemi ambientali.
dobbiamo smettere di illuderci che la nostra qualità della vita sia accresciuta dalla quantità di oggetti di cui disponiamo: cambiare l’auto ogni quattro anni, avere cellulari strafighi, tv al plasma, il computer da cui stai leggendo, fare un weekend a londra, una settimana in brasile sono tra le attività più costose in termini ecologici che esistono, ma non migliorano di molto la qualità della nostra vita. in più, poichè compromettono la salute del pianeta, rischiano di farci stare ancora peggio tra 10 20 o 30 anni..
viceversa, un vero incremento della qualità della vita è dato: non dalla produzione industriale, bensì dalla presenza dei servizi sociali; non dal possesso di beni materiali, ma dalla vicinanza umana e dai momenti felici; e così via..
la decrescita non sono gli ambientalisti a chiederla, ma il pianeta! amo ripetere che la differenza tra gli ambientalisti e i “consumisti” è che i primi hanno gli occhi più o meno aperti e gli altri no, ma stanno entrambi andando a sbattere contro lo stesso muro. i primi cercano di avvisare il resto e tirare il freno, i secondi non gli credono: pensano siano fanatici, eppure il muro è lì ad aspettarli. e tra non molto ce ne renderemo tutti conto, la natura presenterà la bolletta.
lo sciopero dei trasportatori avrebbe dovuto essere interpretato come l’errore commesso dall’umanità di aver scelto di dipendere dal petrolio (in esaurimento) per far funzionare i trasporti. ridurre le accise è una pezza temporanea; trasportare di meno è più efficace.
il petrolio a 100dollari al barile è un altro indicatore del trend, e dovrebbe farci capire cosa ci aspetta se non limitiamo i consumi. il sistema di auto a idrogeno, e produzione di idrogeno con solare ed eolico è senz’altro meglio della tecnologia attuale, ma non fa i conti con l’esaurimento delle risorse naturali che comunque ci vogliono per produrre auto ad idrogeno, pannelli e eliche.
anche la crisi dei rifiuti a napoli può essere tamponata con l’apertura di nuove discariche, la raccolta differenziata, o l’utilizzo di inceneritori (burlescamente chiamati termovalorizzatori) ma ciò non risolve realmente il problema. oltretutto gli inceneritori provocano un’aumento del tasso di tumori nei chilometri circostanti. così, per poter comprare più cose superflue finiamo per beccarci anche i tumori.
non possiamo pensare di lasciare intatto il corrente sistema consumistico: produce cose superflue e mina le basi della sua stessa sopravvivenza. dice chomsky che il capitalismo insegue il profitto di domani. se guardasse anche al profitto di dopodomani dovrebbe rivedere radicalmente le proprie scelte.
non sono contro il progresso, anzi, voglio salvare l’economia: ricordiamo che l’economia esiste finchè esiste l’uomo, e l’umanità si poggia sulla natura. se l’economia fotte la natura.. non esiste più l’economia!
voluttà edonistica. no stress, vita a misura d’uomo. gioia di vivere.
è connotativamente infelice parlare di stile di vita sobrio. nonostante gesualdi usi questa parola e lo fa correttamente, tuttavia la gente immagina che vivere in campagna sia una rinuncia. crede che noi vogliamo il medio evo, la miseria. lo stesso dicasi per la parola decrescita. invece vivere in campagna è bello, è sano ed è meglio!
è la vita moderna che produce stress, la gente poi si ammala, le allergie dilagano, aumentano l’ansia, l’asma..
la vita di città è fatta di brutture: asfalto, cemento, traffico.. gente che corre qua e là, sconosciuti incazzati, indifferenza, emarginazione, problemi sociali..
la città è brutta anche nei rumori: traffico, motori a scoppio, clacson, suoni metallici.. e poi la puzza!
chi vuole davvero bene a se stesso sceglie la campagna! sceglie di soddisfare i propri bisogni in maniera semplice, e poi godersi il tempo libero! sceglie di rilassarsi, e avere poco. sceglie che godere dell’impagabile dono che la natura ci fa dei profumi quotidiani vale di più di un telefonino.
sceglie che alzarsi la mattina e vedere i boschi è più vitale che vedere blocchi di grigio cemento armato.
sceglie che scorgere un giorno un fiorellino lungo il sentiero vale la pena di non avere l’auto.
ci sono piaceri che non si possono paragonare, e due settimane fa ho scelto di aprire questo blog anche per raccontarli.
essere chiusi in una cucina, ma nonostante questo sentire, o immaginare, che lì fuori c’è un orto che respira, migliaia di minuscoli insettini che saltellano tra l’erbetta, e nel bosco, pensare che qualcosa marcisce ma si trasforma in altro, che qualcuno muore ma viene mangiato da qualcos’altro, e tutta la vita gorgoglia trasformandosi in colori, piante, insetti, profumi, cortecce, alberi, ombra, clorofilla, uccelli che cinguettano, frutti dolcissimi, polline, api, bambini, persone, musica..
allora? già fatte le valigie?