sulle spalle degli altri

tante volte avevo sentito parlare di “sfruttamento” dei paesi poveri, ma non riuscivo bene a capire cosa fosse.
gesualdi nei suoi libri parlava di lavoratori del sud e consumatori del nord, ma la cosa non mi colpiva molto perche’ non riuscivo a trovare nella realta’ quotidiana la corrispondenza di quest’affermazione.

poi col passare del tempo ho iniziato a vedere davvero questo fenomeno, e man mano mi e’ piu’ chiaro. in poche parole:
gran parte degli oggetti che utilizziamo viene dal sud del mondo, cioe’ LORO hanno lavorato per farcelo e NOI lo abbiamo comprato a basso costo.

sebbene in agricoltura la maggior parte delle cose viene prodotta e consumata nei confini nazionali, tuttavia le cose sono ben diverse nel settore artigianale ed industriale. provengono dal sud del mondo (molto spesso):
scarpe, vestiti e accessori, tessuti;
televisori, lettori cd e dvd, computer;
componenti di automobili;
componenti elettrici e oggetti a bassa tecnologia;
elettrodomestici (aspirapolveri, robot da cucina, lampade..)

in agricoltura? come dicevo la maggior parte della produzione e’ “locale”, non come un GAS, ma nel senso che l’europa e’ autosufficiente sul piano dei cereali (anzi, e’ in sovrapproduzione, e i prodotti sono sovvenzionati tanto da essere ESPORTATI nei paesi meno sviluppati, dumpando l’economia locale.. ma lasciamo perdere, questa e’ un’altra storia, approfondimenti: qui pag. 3 e 11)

tuttavia vi sono comunque milioni di tonnellate di prodotti agricoli che viaggiano da sud a nord. si tratta di prodotti superflui, molto richiesti in occidente e che servono ai paesi del sud per procurarsi dollari ed euro per pagare il debito estero (per questo le coltivazioni si chiamano cash crops). sto parlando di: te’, caffe’, cacao, tabacco, zucchero, olio di palma, cocco, ananas, banane e altri frutti tropicali.

ha sede (spesso) nel sud del mondo anche l’attivita’ estrattiva di minerali e idrocarburi: il rame del cile, i minerali del sudafrica, il petrolio russo e arabo, i diamanti della sierra leone (in guerra civile da 20 anni), ecc..

ma insomma qui che si fa? l’edilizia e’ locale (ovviamente direi..), ma la manodopera e’ spesso immigrata. la finitura nel tessile, e anche qui molto spesso la manodopera e’ immigrata. l’assemblaggio di automobili e parte della produzione dei componenti, ma anche in questo caso buona parte della manodopera e’ immigrata.
per non parlare della raccolta degli ortaggi (v. “Io schiavo in Puglia“, inchiesta-diario di Fabrizio Gatti sulla raccolta di pomodori nel foggiano), dove si raggiungono livelli di violenza e schiavismo degni dell’antico egitto, ovviamente ai danni di immigrati.

*–*

riassumendo un po’: godiamo di un benessere – materiale – che e’ frutto del lavoro di altri. ma come e’ potuto succedere?

da una parte c’e’ la forza della nostra moneta, che ha un potere d’acquisto molto alto: comprando nei paesi poveri i prezzi ci sembrano piu’ bassi.
poi c’e’ la tendenza da parte delle aziende a spostare la produzione nei paesi dove la manodopera costa meno: ungheria, romania, ma anche cina, taiwan, vietnam, tailandia, ecc..

infine la piaga del debito estero: una diabolica invenzione con cui pochi paesi ricchi hanno messo il cappio al collo di centinaia di paesi piu’ poveri. in breve: c’e’ stato un momento in cui era conveniente indebitarsi, poi l’inflazione degli anni ‘80 e le manovre di thatcher e reagan hanno reso il debito una trappola. ora la situazione e’ che una parte cospicua del PIL dei paesi del sud viene utilizzata per pagare gli interessi. il debito non viene sanato, i soldi vanno per gli interessi e non per ospedali-scuole-ecc.. e in piu’ i paesi del sud devono riformare la loro economia in senso liberista se vogliono il rinnovo del prestito (di cui hanno assoluto bisogno) (interessante? approfondisci su: wikipedia e peacelink)

*–*

tutto questo si chiama globalizzazione, delocalizzazione, neoliberismo e imperialismo occidentale. la prossima volta che sentirete parlare dei noglobal e delle loro proteste cercate di ricordarvi un po’ di queste cose..

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9 Commenti Leave a comment.

  1. Questo è il classico discorso che mi fa incazzare, non perché io non sia d’accordo…però parliamoci chiaro, Attilio: tu cosa stai facendo per non vivere sulle spalle degli altri???

    Il tuo discorso non fa una piega, però prima di fare il “profeta in casa d’altri” ritengo che dovresti farti davvero un esame di coscienza in prima persona.

    Vuoi cambiare il mondo: stai forse facendo qualcosa per aiutarlo? Non mi sembra, in fin dei conti sono due anni che pensi a te stesso, a ciò che ti va di fare, perché se davvero queste cose ti stessero a cuore, come ti ho già detto più volte in passato, ti daresti da fare per cambiarle, e non solo a parole. Faresti volontariato oppure lavoreresti in determinati settori, senza necessariamente andare troppo lontano se non te la senti: i problemi esistono anche qui nella nostra società.

    E comunque non bisogna necessariamente esser buonisti a tutti i costi: è vero, io non coltivo, non “produco” in senso stretto, ma cerco comunque di dare il mio contributo al mondo con il mio lavoro, ad esempio adesso sto implementando un piano di trasporti pubblici per arrivare qui per promuoverlo sul web in modo da inquinare meno (informazioni che non sono assolutamente disponibili al momento).
    Quindi mangerò le arance che qualcuno ha prodotto in Sicilia, anzicché le mele che vengono da vicino (ma a questo punto anche l’ananas che viene da più lontano), è vero, però in un certo senso avrò fatto anch’io qualcosa di utile per qualcuno.

    Tu predichi, predichi, ma poi cosa fai? Il movimento hippy parte senz’altro da buoni principi, ma poi alla fine questa gente si perde in un bicchier d’acqua, restano dei disadattati, degli sbandati che non riescono a rendersi utili alla società nel modo che vorrebbero. Ed è per questo che non condivido tali scelte. Non è un ragionamento tanto diverso dalla posizione della Chiesa, che fa tanti sermoni sulla fame nel mondo, e poi è la prima a spender tanti soldi per cose inutili (la Papamobile, lo sfarzo di piazza San Pietro e così via).

    E’ vero, noi viviamo sulle spalle di qualcuno che produce ciò che mangiamo, ma tu? Chi ti ospita, chi ti dà da mangiare, chi paga la benzina dei tuoi viaggi lavora per poter provvedere a sé ed anche a te, così come fanno i tuoi genitori, e tu non sei nessuno per contestare e disprezzare questo sistema se finché ti fa comodo ti avvali del frutto del lavoro altrui. Tu ultimamente vivi sulle spalle degli altri ben più di noi.

    Scusami se sono stata un po’ cruda, ma erano cose che ti avevo già detto, e questi discorsi mi fanno proprio saltare i nervi come ben sai.

  2. non credo che sto facendo male a fare quello che faccio. chi mi ospita ha scelto di ospitare gente, e non gli costo nulla perche’ non mi da’ da mangiare, al massimo un po’ d’acqua per lavarmi. il posto per dormire ce l’ha gia’, senza di me sarebbe vuoto.

    in cambio pero’ a volte posso davvero fare tanto. cucinare per loro ad esempio, oppure raccontare le mie storie e far vedere che uno stile di vita diverso e’ possibile. viaggiare, abbandonare le sicurezza materiali, le comuni agricole, la gente che si incontra.. tutte queste cose sono un raggio di sole nella vita grigia e monotona della gente, che prova piacere ad ascoltare e molto spesso si sente ispirata.

    questa l’ho ricevuta oggi: “continuo a leggere il tuo blog,mi piace,seguo le tue avventure e le tue riflessioni che fanno riflettere anche me e di conseguenza le persone a me più vicine..ed è tutto un gran riflesso generale insomma..scherzi a parte..è anche un modo per distrarmi da questo lavoro cacato tutto il giorno davanti al computer,con intorno persone che digrignano i denti e si tengono stretta stretta la loro poltroncina.

    perciò ispirata in parte anche da te,dai racconti sulle varie chiamiamole comuni agricole,dalla natura,da qualche amico mio e da tante altre belle cose mi sto interessando per realizzare un mio grande sogno.una casa in mezzo ai monti”

    voglio cambiare il mondo, e cosa sto facendo per aiutarlo? il mondo lo sto scoprendo, perche’ non puoi cambiare cio’ che non conosci. sto scoprendo la societa’, e anche la psicologia umana, e anche me stesso perche’ se non conosci te stesso e’ come se vuoi guidare senza saper guidare.
    poi ho vissuto nelle comuni agricole: ho cercato di vedere come si fa a sottrarsi a questo sistema troppo grande da cambiare (forse? allora la pensavo cosi’..) ho cercato di imparare come SI FA il mondo diverso, senza aspettare di cambiare quello odierno, poiche’ ci sono poteri troppo forti che impediscono il cambiamento.
    poi sono qui in svezia in missione, anche per guardare da vicino come funziona una delle democrazie piu’ avanzate del mondo, dove in parlamento la maggioranza e’ donna (non come il 10% in italia, percentuale inferiore ad alcuni paesi arabi..); paese dove gli ospedali sono quasi gratuiti e l’universita’ lo e’ totalmente, dove c’e’ altissimo rispetto dell’ambiente e bassissimo tasso di disoccupazione, e chi e’ disoccupato si becca pure i sussidi. insomma una via “statale” al benessere sociale.
    altro? lo stile dei consumi, perche’ la bestia nera sono i soldi, i profitti e le grosse aziende ciniche. e chi da’ la forza a queste aziende siamo noi consumatori coi nostri soldi. deviamo il flusso dei soldi e le aziende “cattive” vedranno prosciugarsi i loro utili. niente soldi a chi sfrutta i lavoratori, a chi deturpa l’ambiente, a chi promuove un’alimentazione sconsiderata e la stupidita’ della gente. si chiama consumo critico e lo faccio da anni. da un po’ anche in campo alimentare con l’alimentazione vegana, di cui sono “ambasciatore” dimostrando che e’ possibile e decisamente piu’ sostenibile di quella carnea.

    piano dei trasporti per inquinare meno? sicuramente buono e meglio averlo che non averlo. ma non va al centro del problema.
    qualche mese fa una sola frase e’ bastata a farmi capire che molto spesso ci perdiamo sugli “aggiustamenti esterni, formali” senza toccare il cuore del problema.
    la frase era (pensate al comunismo) “a che serve che io e te abbiamo la casa uguale se poi tu mi vuoi fregare?”
    bum! non serve dire altro. il comunismo demolito in un secondo. decenni di lotte per una parita’ materiale, ma a che serve se non si cambia l’atteggiamento mentale di egoismo, di profitto, di abuso sugli altri?

    [a proposito] gli hippies non erano disadattati e sbandati. alcuni si’, senza dubbio (come si fa a non esserlo se hai un cuore e vivi nel mondo del mercato). ma quello che li ha resi grandi e’ l’aver toccato il cuore del problema in almeno tre modi:
    1. amore per il prossimo (che si suddivide in apertura, rispetto, tolleranza, fiducia, vita comunitaria), amore per la natura (per la prima volta e’ entrata nella cultura popolare l’idea che stavamo fottendo il mondo e che non era sano dar fuoco alla sedia su cui stavamo seduti. i partiti verdi nascono da li’)
    2. azione decentralizzata e non partitica. occorreva il cambiamento culturale di tutti.
    3. lavoro PRO e non lavoro CONTRO. e’ stata una promozione di valori, non tentativo di distruzione di idee/istituzioni. molti movimenti si limitano a agire contro qlc, ma spesso non hanno capito che la nostra sconfitta sta nella nostra debolezza. meglio costruire il nostro fronte che cercare di distruggere quello altrui (che molto spesso sono giganti, tra l’altro…)
    ma qui si apre un discorso lunghissimo e potrei fare decine di esempi, dal movimento femminista a quello anarchico, dalle comuni ai comitati di quartiere.. non qui, non ora.. magari piu’ in la’..

    grazie erica perche’ “parlare” [scrivere] con te mi stimola, mi fa ragionare e per risponderti devo ricostituire in forma lineare una matassa di pensieri, nozioni e sentimenti che normalmente gira in testa senza forma.

    PS: una piccola nota inutile. non prendo soldi dai miei genitori da piu’ di un anno, da quando ho iniziato a viaggiare. per scelta, proprio per evitare questo tipo di discorsi.

  3. io non capisco perchè tutto questo acidume.dò il mio parere ed è solo per parlare..
    credo che attilio abbia scelto un’altro modo di vivere.non è che non lavora è solo che fa solo certi tipi di lavoro..e che non dedica tutta la sua vita al guadagno.e viaggia scroccando passaggi è vero,e posti letto,ma per me questo è semplicemente un esempio di fiducia e collaborazione.cosa che oggi come oggi stiamo tutti lì a guardarci male,pensiamo che il vicino di pianerottolo sia pericoloso,lasciamo che la vecchina che non ci vede più un caiser attraversi la strada da sola.non sono un’esperta di politica o di economia anzi non ci capisco proprio niente ma basta mettere il naso fuori dalla porta di casa. e vedere come la società è tutto tranne socievolezza se non quando si tratta di offrire una birra a una bella ragazza.
    a me attilio piace perchè fornisce un’alternativa.descrive realtà che io neanche sapevo che esistessero.offrire quello che si ha,inquinare meno,consumare le cose delle brave persone e non quelle degli stronzi..poi il fatto di mangiare o meno la carne..ognuno ha i suoi trip,ma ragazzi siamo onesti.. sono sicura che se qualche persona decide di vivere così(…col sole in fronte!) bè il mondo non può fare altro che trarne beneficio.

  4. In ordine sparso:
    1. Atti:”non prendo soldi dai miei genitori da piu’ di un anno, da quando ho iniziato a viaggiare. per scelta, proprio per evitare questo tipo di discorsi.” Almeno per quel che mi riguarda ero discretamente certo che avessi fatto questa scelta!
    2. Chiara:”io non capisco perchè tutto questo acidume.” Non credo si tratti di acidume; è semplicemente la passione che infervora il discorso (forse anche perché oramai ci conosciamo da un bel po’ di anni). Ognuno ha delle caratteristiche caratteriali proprie più o meno stabili nel tempo: fa parte dei rapporti tra uomini che esse siano o meno apprezzate/tollerate.
    3. Atti: “da un po’ anche in campo alimentare con l’alimentazione vegana, di cui sono “ambasciatore” dimostrando che e’ possibile e decisamente piu’ sostenibile di quella carnea.” Non riprenderò di nuovo il discorso perché nell’ultimo post sull’argomento c’erano spunti più che a sufficienza per fare ciascuno le proprie scelte. Soltanto un punto CHIAVE: se la barca sta affondando non è dovuto al fatto che nel corso dei millenni nelle varie diete in varie parti del mondo è stata presente la carne.
    Non resisto alla tentazione di ampliare la parentesi, quindi un’altra osservazione: anche le pellicce animali dovrebbero essere considerate sostenibili; a differenza delle fibre sintetiche infatti fanno parte di un ciclo _naturale_ di _continuo rinnovamento_. Però con la fibra sintetica:
    a. puoi vestire miliardi di persone (e se non fossimo sei miliardi e mezzo… segue in un prossimo post polpettone)
    b. favorisci l’industria petrolchimica con un sicuro ritorno economico
    c. ti fai una pubblicità immensa: sei un “animalista”, eviti la carnefina _cruenta_, ecc. (mentre alle tue spalle c’è l’industria dei polimeri –numerosi passaggi intermedi–> estinzione di specie; una carneficina incruenta! Differenza d’immagine: il sangue che scorre. Differenza nei fatti: devastazione del pianeta)
    Attenzione: non sto facendo propaganda alle pelliccie di visone né istigando alla caccia. Assolutamente no! Se questa spiacevole sensazione persistesse si prega di fare una pausa e poi rileggere il paragrafo valutando ciascuna parola e pensando agli inuit (tanto per fare un esempio).
    A ciascuno le proprie conclusioni. Volutamente ometto le mie.
    4. Erica: “è vero, io non coltivo, non “produco” in senso stretto” Per quel che mi riguarda il “lavoro di meningi” non differisce dalla produzione di beni materiali quando il suo frutto contribuisce al benessere altrui. Quando ci si spartisce i compiti funziona che a ciascuno tocca un ruolo diverso (possibilmente secondo le attitudini, le competenze e le passioni individuali) ed ogni ruolo è necessario al buon funzionamento dell’insieme, dunque non meno degno di attenzione.
    5. Atti: “una casa in mezzo ai monti” C’è stato un “furto d’idea” :)
    6. Atti: “gli hippies” Siamo sicuri che il senso di appartenenza non annulli le diversità interindividuali?

  5. Non capisco perchè quando la gente non dice apertamente ciò che pensa è accusata di ipocrisia, quando lo fa (come me) è accusata di acidità. Beh, io non mi sento per niente acida. O meglio, talvolta preferisco esserlo che evitare di dare un parere che rispecchi a pieno il mio pensiero.

    Come ho già detto mille volte, io non sono contro questi ideali, sono contro il modo in cui Attilio pretende di metterli in pratica. Anche perchè mi sembra che non si concretizzino più di tanto.

    Dici di non prendere soldi dai tuoi: ma perché, quando torni a Bari perché sei a corto di soldi, o quando sei tornato per fare il passaporto? Alla fine ti hanno nutrito, pagato le bollette e così via.
    Sostieni di non vivere ultimamente “sulle spalle degli altri”, come il titolo del tuo post: però tu non lavori, ma comunque ti nutri…e la roba che mangi chi la produce? Una persona che lavora. E chi la compra? Una persona che lavora. Così come la stessa persona ha comprato il letto e le lenzuola su cui dormi, la benzina che ti permette di viaggiare, paga le bollette anche per te. Che sarà anche poca roba, dato che cambi luogo ogni notte…però se sommi tutto ciò che hanno pagato coloro che ti hanno ospitato…e quando è costato alla società tutto questo mentre tu non fornivi alcun compenso all’atto “pratico”, ti renderai conto che non è poco. Anche eliminando tutte le altre cose, già semplicemente per il fatto che mangi, perché devi pur mangiare e consumare per sopravvivere.

    Certo, la gente ha questo surplus (tempo, un letto in piu’, ecc. da condividere), ma non hai mai pensato che potrebbe condividerlo invece con chi ne ha veramente bisogno? Tu sei giovane e forte, e i giovani DEVONO lavorare. Solo i bambini, gli anziani e gli infermi possono permettersi il lusso di vivere sulle spalle degli altri.

    Il tuo stile di vita – se ci pensi – non è sostenibile, per il semplice fatto che se tutti coloro in grado di lavorare facessero come te, non ci sarebbe più da mangiare neanche per quel 20% della popolazione dell’emisfero Nord del mondo.

    Sono d’accordo col conoscere, ma si puo’ fare in vari modi. E poi, quando avrai acquisito tutta questa conoscenza, come hai intenzione di metterla a frutto?
    A me sembra che il tuo sia diventato un viaggio fine a se stesso, a oltranza, e che tu non abbia alcuna intenzione di provare a cambiare il mondo dopo averlo conosciuto. Mi sembra che ti svegli la mattina e decidi cosa fare, senza più regole né rispetto per il lavoro altrui, mi sembra un ragionamento molto egoista, per questo me la sono presa tanto quando ho letto che ti permetti di dire al mondo che tutti viviamo “sulle spalle degli altri”. Almeno questa è stata l’impressione che ho avuto.

    Poi lo sai benissimo, io sono la prima che quando si tratta di viaggi non nega mai un consiglio, però ti dico solo come ti ho già detto in passato che tutto questo non ti porterà da nessuna parte, non ti farà concretizzare molto per il futuro, né per te né per quel mondo che sostieni di voler cambiare.

  6. Per quanto riguarda il lavoro, qualcuno qui ha scritto che tu fai “i lavori che ti piacciono”: ma quando eri nelle comuni agricole ti nutrivano in cambio del tuo lavoro, quindi non mi sembra ti abbiano pagato…i soldi che avevi da parte ti stavano finendo già quando hai pagato il volo per andare in Turchia da Sara…e i lavori svedesi di un giorno non aiutano di certo a raccogliere abbastanza da mantenerti per mesi interi, tanto più che in quei posti anche il costo della vita è più elevato. Attilio, c’è gente che lavora da mattina a sera e neanche riesce ad arrivare a fine mese, mi sembra molto strano che tu con questo stile di vita riesca a mantenerti davvero, anche se hai ridotto i consumi all’osso (che so, niente più vestiti nuovi, ricariche per il cell). Alla fine ben 5 anni fa quando mi trovavo a Bruxelles spendevo 250 euro al mese solo per manguare e ti giuro che facevo LA FAME per restare nel budget della borsa erasmus…se ricordi i prezzi in Danimarca non erano affatto abbordabili…e mi sembra che tu mangi decisamente più di me.

  7. Si’ forse chiara non sa che io, ale e erica ci conosciamo da anni, quindi quello che viene scritto non lo interpreto come cattiveria, ma come “vecchi discorsi” detti e stradetti.

    Per quanto riguarda l’impatto del mio viaggiare. Io non parassito il sistema, io mi infilo tra le sue pieghe, “mangio i suoi avanzi” (talvolta in senso figurato talvolta in senso letterale :) ). Il letto dove dormo l’hanno gia’ comprato, e non certo per me. Sono loro che hanno deciso di ospitare gente iscrivendosi a couchsurfing. E non sto togliendo il posto ai barboni perche’ i barboni non entreranno nelle case dei couchsurfers, anzi io penso di essere la categoria limite che usa il sito. Le lenzuola non le usano, ho il mio sacco a pelo. La macchina su cui salgo sta gia’ viaggiando, e la benzina la sta gia’ usando e non certo per me: un camion pesa 25 tonnellate, e non sono 65kg + 10 di zaino a fare la differenza.

    Per quanto riguarda i soldi che sto usando adesso, ho attinto a vecchie riserve messe da parte da piccolo. mi spetta o non mi spetta? stavano li’ a farsi mangiare dall’inflazione..
    certo, finiti questi non ho piu’ nulla, non ho sicurezze e non intendo chiedere nulla ai miei. un rischio lo so, ma fa parte del gioco, ci credo in quello che sto facendo e voglio scommetterci sopra tutto quello che ho.

    Si’, i prezzi qui sono alti, ma abbassare lo standard di vita e’ il prezzo da pagare per continuare a viaggiare. C’e’ chi vuole mangiare cose costose, e per far questo deve lavorare. Quando viaggi per passione ti accontenti di cio’ che riesci a mangiare, e se non hai una cucina per cucinare i piatti diventano pancarre’, fagioli in scatola, sugo pronto e muesli.

    Quando mi fermo in un posto e riesco a fare la spesa si mangia meglio.
    A proposito, sul “niente di produttivo”, prendiamo ad esempio il cucinare. Qual e’ la differenza tra la cucina di casa e un ristorante? qualcuno che cucina per te. cosi’ poco eppure il ristorante costa cosi’ tanto. Allora quando io cucino per chi mi ospita lo contiamo come un ristorante? allora vedi quanto lavoro? e non prendo neanche soldi! pensa, potrei persino essere in credito!
    (sono discorsi odiosissimi, non mi piace monetizzare, ma si potrebbe farlo per un attimo per far vedere che in altri contesti -un ristorante- lo stesso lavoro assume un prezzo, viene pagato caro, quindi a tutti gli effetti sto lavorando)
    E poi piglia l’entertainment. c’e’ gente che paga per andare al cinema. il cinema racconta storie, non produce, ma si paga, quindi e’ considerato un’attivita’ produttiva. io faccio la stessa cosa quando mi caricano su una macchina.. monetizziamo anche questo?
    E raccontare esperienze. c’e’ chi compra libri per conoscere le cose, io racconto quello che posso. c’e’ chi va a pigliarsi consulenze psicologiche per cambiare un po’ la propria vita. ma lo stesso puo’ venire dalla gente che si incontra.

    tutto questo per dire cosa? non “oh, quanto sono figo”, ma che esistono beni immateriali che comunemente vengono considerati prodotti, e chi li fa “lavora”. solo perche’ io non prendo soldi non significa che non sto “producendo” o “dando qualcosa”.
    non si solo pane vive l’uomo, credo.

    oddio, ci stiamo perdendo in conversazioni spiacevoli..
    che brutto dover dimostrare che per ogni cosa che prendi stai dando altrettanto! non e’ questo lo spirito con cui lo vivo! di gratuita’! non deve funzionare cosi’! dobbiamo vedere le cose NOSTRE come cose che in questo momento ci troviamo in mano, e che possiamo metterle nelle mani di chi ci sta davanti cosi’ le puo’ usare anche lui. e mentre lo facciamo possiamo gioire del fatto che prima non ce le aveva e ora ce le ha. possiamo gioire del fatto che un nostro fratello ha trovato il necessario per mangiare, dormire, spostarsi.. per noi darlo e’ nulla, ma per lui puo’ rappresentare tanto! cederlo per noi puo’ non fare la differenza, ma per lui si’!
    io la vivo cosi’, sia nel dare che nel prendere.. non mi piace conteggiare: mettiamo in mezzo quello che abbiamo, perche’ non e’ realmente nostro, ce lo troviamo solo nelle mani in questa vita di passaggio! perche’ non farne godere anche il prossimo?

  8. Attilio, non mi sembra una cosa paragonabile. Alla fine quando cucini per loro ci mangi anche tu…questo cucinare dura 20 minuti…e cucini per 1-2 persone? Cioè credo che possa considerarsi un favore, un servizio, ma non di certo un lavoro, tanto più se consideri tutto ciò che loro hanno fatto per te.
    Poi il parlare, il raccontare storie: perchè loro non ti parlano? Da come la poni sembra che sia una conversazione a senso unico. Certo, c’è gente che paga per andare al cinema, ma perchè produrre un film richiede un lavoraccio immane (non solo da parte degli attori, ma anche degli autori, dei montatori, direttori della fotografia, produttori della colonna sonora)…un lavoro che non si puo’ quantificare. E anche il lavoro del terapeuta prevede COMPETENZE (non puo’ mettersi chiunque a fare il terapeuta) e per di piu’ è un lavoro vero e proprio, cioè qualcosa che devi fare per un certo tempo (ad esempio 8 ore al giorno) anche se non ti va per campare.
    Allora se io aiuto una vecchietta ad attraversare l strada, cos’è? Un lavoro? No, è un favore, è u atto di buonsenso, nulla di più. Se lo faccio con 1000 vecchiette magari potrebbe anche diventarlo.
    Cioè io non credo che il lavoro debba necessariamente essere retribuito, anche il volontariato è lavoro, ma perchè tu renda un servizio agli altri alla fine deve esserci una “domanda” su cui costruire una tua “offerta”. Questo è il mercato, anche se non vogliamo intenderlo in termini puramente economici. Una persona va a fare volontariato perché “c’è bisogno di costruire una scuola in Africa, c’è bisogno di infermieri” o non so che. E stai tranquillo che se non riuscissero a trovare volontari inizierebbero anche a cercare qualcuno disposto a fare quel lavoro a pagamento.
    Alla fine: chi ti carica in macchina che ne sa che gli racconterai una storia? E soprattutto chiediti: quanto pensa di aver realmente bisogno di quel servizio? Se tu non volessi raccontarla gratuitamente, credi che ti pagherebbe per farlo? Non credo, perchè non c’è domanda per questo genere di servizi, in quanto non sono ritenuti tali. Sono dei favori, sono cortesie per ringraziare qualcuno che sta rendendo un servizio a te, e magari anche per passare del tempo piacevole in prima persona (mica puoi stare muto durante un viaggio di tante ore).
    Parlare con una persona del più e del meno non è mica un servizio: è come se io ti incontrassi per strada, ti dicessi ciò che mi è capitato nell’ultimo periodo e poi ti facessi lo scontrino! Ma se io ti parlo, significa che anche tu mi stai parlando, non credi??

    Non possiamo monetizzare le piccole cose: altrimenti dovrei forse chiedere soldi agli amici che mi chiedono un consiglio? Alla sorellina che aiuto a risolvere una singola equazione? Ma che significa? Non so, mi sembra un ragionamento un po’ assurdo. Quelle sono cose che uno fa per il piacere di farle, per intessere relazioni sociali, ma la vita sociale è ben diversa dal lavoro. Il lavoro è qualcosa che si fa essenzialmente per dovere (poi, certo, qualcuno è anche fortunato a trovare il lavoro che piace), quando lavori non puoi alzarti una mattina e decidere arbitrariamente di non presentarti, e non solo se sei dipendente. In altre parole, parlare in macchina non mi sembra altrettanto produttivo che guidare un pullman o fare una qualsiasi altra cosa che sia un lavoro vero e proprio.
    E poi, per inciso, parli di abbassare le pretese di vita, ma i sughi pronti costano ben più degli altri…e mangiare fuori casa in generale ha comunque un costo più elevato (alla fine il discorso si basa anche sulle quantità: se puoi prendere una confezione più grande da conservare in frigo per un mese i costi si abbattono). Senza aprlare del fatto che i prodotti confezionati (fagioli in scatola, pan carré e così via) inquinano più degli altri e contengono sostanze non troppo naturali, e questa mi sembra un’evidente contraddizione rispetto ai principi che hai dichiarato qualche post fa.

  9. Non ho il tempo di scrivere quello che dovrei ma in sintesi: Erica, non sono d’accordo.

    Per gettare un po’ di benzina sul fuoco:

    “First of all: what is work? Work is of two kinds: first, altering the position of matter at or near the earth’s surface relatively to other such matter; second, telling other people to do so. The first kind is unpleasant and ill paid; the second is pleasant and highly paid. The second kind is capable of indefinite extension: there are not only those who give orders, but those who give advice as to what orders should be given. Usually two opposite kinds of advice are given simultaneously by two organized bodies of men; this is called politics. The skill required for this kind of work is not knowledge of the subjects as to which advice is given, but knowledge of the art of persuasive speaking and writing, i.e. of advertising.”

    In Praise of Idleness, Bertrand Russell (1932)


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